No, non è andato tutto bene. Queste ultime settimane sono state – decisamente – “i giorni del livore”.

I commenti  vergognosi online (tecnicamente chiamati hate speech) contro Silvia Romano sono solo la punta dell’iceberg di emozioni e stati d’animo che hanno caratterizzato questo periodo di quarantena forzata.  Ricordiamo, solo per rinfrescare la memoria: gli insulti contro i runner, additati a lungo come unici colpevoli della diffusione del virus, le parole d’odio contro chi era costretto ad andare a lavorare, l’insofferenza mal celata contro medici e infermieri che si sono, in più di un’occasione, visti recapitare sotto casa biglietti odiosi che li additavano come ‘untori’, le critiche feroci contro gli scienziati, “colpevoli” di non avere la ricetta magica pronta contro un virus tutto nuovo…

La rabbia è cieca, dà libero sfogo ai pensieri che provengono dalla pancia, senza passare dalla testa. La rabbia non ha filtri, non ha controllo, non ha misura. La rabbia vuole solo distruggere, la rabbia non accetta il confronto. La rabbia vuole solo un colpevole – uno solo, meglio se di facile individuzione – contro cui scagliarsi. La rabbia cerca il nemico.

Oggi è giovedì, il giorno che di solito dedichiamo alla storia dell’arte: riflettendo sulla rabbia, abbiamo constatato che, da emozione complessa qual è, non è molto rappresentata. Molti più lavori sono dedicati ad esempio alla follia, alla tristezza, alla gioia, alla sorpresa, al dolore profondo. Ma la rabbia è, per certi versi, un piccolo enigma anche per gli artisti.

Nonostante questo, vi proponiamo adesso un percorso sull’elaborazione della rabbia attraverso quattro immagini artistiche che reputiamo molto significative per riflettere sull’uso (anche positivo: questo vi sorprenderà!) che si può fare di questa emozione così “ingombrante”. La scelta è ricaduta – non a caso – su artisti che hanno provato sulla loro pelle la forza dello squilibrio emotivo.

Nel celebre quadro Giuditta e Oloferne di Caravaggio, di cui vi proponiamo un dettaglio, viene descritto un gesto estremo: la mano che regge il pennello è quella di un’artista la cui vita è stata sempre in balia della rabbia… Giuditta, l’esecutrice materiale della decollazione Oloferne, sta compiendo un omicidio, in nome del suo popolo (oggi lo chiameremmo “danno collaterale”…) ma se osserviamo con attenzione le sue labbra socchiuse, pare quasi recitare una preghiera di aiuto (sta chiedendo forza per sé stessa? sta invocando una fine rapida per Oloferne?). Il personaggio però che più colpisce è la serva al suo fianco: guardiamola. La bocca è serrata, gli occhi sono sgranati, possiamo solo immaginare i suoi pensieri. E’ il ritratto del livore.

Il livore è un parente stretto della rabbia: è un sentimento che avvelena l’animo, è una rabbia cieca e feroce che azzera qualsiasi capacità di empatia verso il mondo esterno. Questa è la differenza tra l’atto, terribile ma composto,  di Giuditta e l’astio della serva.

La rabbia che invece osserviamo scoltpita nel volto di Achille da Innocenzo Fraccaroli è diversa: l’eroe greco qui scopre per la prima volta la sua invulnerabilità. La reazione è, come sempre accade con la rabbia, immediata e senza filtri: possiamo “leggerla” perfettamente sul suo volto. E’ un’emozione che nemmeno un uomo come lui riesce a controllare.

 

 

Ed eccoci a Francisco Goya, con il suo Saturno che divora i suoi figli. La scelta del soggetto è chiara per una delle più potenti “pitture nere” del grande artista spagnolo. Qui Saturno è ritratto in preda a una furia cieca mentre divora uno dei suoi figli dopo che gli era stato predetto che qualcuno dei suoi eredi lo avrebbe spodestato. Siamo davanti alla furia cieca e incontrollata della rabbia che divora tutto ciò che ha attorno, persino gli affetti più cari. Le mani stringono il corpo della vittima e gli occhi sono sgranati (come quelli della serva), eppure non “vedono” davvero ciò che sta accadendo.

Vogliamo concludere con una delle “teste di carattere” di Franz Xaver Messerschimidt, realizzate a fine del Settecento (osservatela bene: è incredibile!). Ci asteniamo qui dal riportare le tante letture psicoanalitiche che sono state già fatte sull’opera, così originale, di questo artista tedesco che ha concentrato la sua produzione sulle emozioni e gli stati d’animo, dando vita a lavori che ci appaiono oggi di incredibile attualità.

La pillola di Artness che vi proponiamo è un esercizio di gestione della rabbia. Non è un sentimento che va del tutto represso, ma va incanalato nella giusta direzione, senza mai dimenticare l’empatia e il rispetto per l’altro.  La frustrazione di non riuscire a trovare il “colpevole ideale” della rabbia che ciascuno di noi prova per la situazione che stiamo vivendo non deve prendere il sopravvento. Proviamo ad educare la nostra rabbia, buttando fuori, un po’ come accade nella testa scolpita da Messerschimidt, ciò che proviamo rispettando almeno le “tre regole della rabbia” che vengono insegnate anche ai bambini: non fare male a sé stessi, non fare male agli altri, non fare male agli oggetti.