Abbiamo sentito e continuiamo a sentire le sirene. Un rumore straziante, inconfondibile che ha squarciato il silenzio degli scorsi mesi: l’istinto, per chi ha potuto, è stato quello di chiudere le finestre, rifugiarsi in casa, tenere lontani quei suoni di morte, andare – per così dire – in apnea. Quando si è sott’acqua infatti si avvertono solo rumori ovattati e lontani, nelle orecchie pulsa solo il proprio cuore: non è un caso se molti paragonano il piacere di una breve apnea al ricordo inconscio della dimensione intrauterina…

E adesso, che cosa ci sta succedendo?

Le sirene le sentiamo ancora, per fortuna più di rado rispetto a prima, ma siamo noi stessi ad esserci –  inconsapevolmente – trasformati in Sirene, le mitologiche creature ibride, metà donne e metà pesce, esseri inquieti, incontentabili (vorrebbero essere sempre dove non sono….) e, fin dall’antichità, associati a un’idea pericolosa della seduzione.

E’ come se avessimo introiettato l’ambivalenza delle Sirene, in perenne ricerca tra un corretto equilibrio tra il vivere bene dentro a casa e il vivere serenamente anche la socialità fuori.

Oggi abbiamo selezionato uno dei Preraffaelliti che amiamo di più: si chiama John William Waterhouse (1849-1917) di cui vi proponiamo tre dipinti, secondo noi molto rappresentativi della situazione attuale. Cominciamo con La Sirena (1900) che vedete in apertura: è ammaliante, così ritratta di profilo mentre si pettina i capelli fulvi, sulla riva del mare. Ci appare in una forma decisamente diversa dagli esseri pericolosi, quasi odiosi, narrati da Omero nell’Odissea: qui appare come una fanciulla in attesa di qualcosa. Ci sentiamo forse anche noi così, sospesi tra terra e mare, in attesa di un evento che prima o poi ci faccia capire quale direzione prendere?

Waterhouse, Ila e le Ninfe (1896), part

Ora guardate invece come il nostro Waterhouse ci mostra altre creature d’acqua ibride: le ninfe. In questo particolare del dipinto Ila e le Ninfe (1896) ciò che ci ha colpito è lo sguardo ammaliante e il gesto iper-seduttivo. Qui le ninfe ci appaiono come tentatrici gradevoli ma pericolose: somigliamo a certi pensieri che in questo periodo ci frullano nella mente. Sono appaganti, ci “coccolano” ma di fatto ci imprigionano, ci rendono schiavi. Quanto è forte la vostra resistenza a questi “pensieri-sirene”? Possono essere le paure che ci impediscono di uscire, gli eccessivi timori, il “mito” del nido dorato, perfetto, pulito e sereno, che rende tutto ciò che è altrove qualcosa di temibile ed evitabile. Avete mai provato a pensarci?

Waterhouse, The Lady of Shalott (1833)

Non possiamo, parlando di Waterhouse, non citare quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro: La Lady of Shalott (18339).  Come spesso accade per i Preraffaelliti (anche per quelli più tardi come Waterhouse), la mitologia e l’epica non sono così lontani dalla vita reale: amplificano stati d’animo, pensieri ed emozioni letteralmente senza tempo. Osserviamo ad esempio questo struggente dipinto (che, a vederlo dal vivo, colpisce anche per le enormi dimensioni): Lady of Shalott, innamorata non corrisposta da Lancillotto, a lungo chiusa in una torre e convinta che sarebbe morta se avesse guardato verso Camelot, osservava il mondo da uno specchio mentre tesseva su una coperta tutto ciò che vedeva. Qui è colta nell’atto coraggioso e disperato della decisione di abbandonare il finto rifugio della torre per recarsi, ben protetta dalla sua coperta, verso Camelot. Morirà lungo il tragitto a causa della maledizione… Il finale della storia qui è davvero tragico, ma noi sappiamo che i malefici appartengono solo alle fiabe! Ciò che ci piace sottolineare è invece il piglio di Lady of Shalott nell’affrontare la realtà fuori, sebbene ignota e difficile.