Da quando siamo in quarantena a causa del COVID, anche le nostre notti sono cambiate. Lo avrete notato: la vita, di giorno frizzata negli obblighi e nelle routine domestiche imposte dalla quarantena, trova nei sogni uno spazio di libertà.

Ognuno a modo suo, ovviamente. Confrontandoci con psicoterapeuti e psicanalisti che con i sogni (e quanti sogni!) hanno normalmente a che fare, ci siamo accorte che il tema non è più solo una questione di “seduta in studio” ma è entrato con prepotenza nelle conversazioni quotidiane di tutti noi. Ne parlano i giornali (Vanity Fair in edicola ci ha fatto una copertina), ne parliano le nostre chat su whatsapp, progetti nuovi sulla narrazione onirica in quarantena stanno nascendo (a questo proposito vi consigliamo di ascoltare Radio Londra 2020, di Giovanni Savarese) e di sicuro anche voi, a colazione, ne avrete parlato …

A voi che cosa sta succedendo?

Siete tra quelli che sognano a profusione e immaginano di vivere tutto ciò che oggi è precluso, come incontrare gli amici di sempre, viaggiare, fare shopping come prima, andare a prendersi un caffé al bar? O siete tra coloro cui la notte attiva le paure più recondite (magari ben nascoste e mascherate di giorno) e quindi i vostri sogni sono agitatissimi e spesso prendono la forma di incubi? Oppure ancora, anche di notte, vi sentite in quarantena e tenete fuori dalla vostra casa interiore persino l’immaginazione onirica? O, e sappiavo che siete in tanti, la notte è un momento particolarmente difficile e l’insonnia è una costante di queste settimane?

Questi pochi mesi lasceranno in eredità prima di tutto a noi e poi a chi i sogni li interpreta per mestiere un’eredità di non semplice gestione, ne siamo certe: è sempre accaduto così ogni volta che la storia ci ha messo davanti a un cambiamento netto e profondo della nostra esistenza e delle nostre certezze.

Nella storia dell’arte tra il 700 e l’800 vari artisti si sono confrontati con il tema (ben prima che Freud scrivesse il suo capitale L’interpretazione dei sogni nel 1899): lo svizzero Johann Heinrich Füssli  nell’inquietante opera L’incubo (1781) affronta senza timore l’immagine dei peggiori incubi, lo spagnolo Francisco Goya con il suo il Sonno della ragione genera mostri  (1797) racconta in modo chiaro il legame tra sogni e controllo razionale, mentre, solo qualche anno più tardi, nel 1813, il francese Jean-Auguste-Dominique Ingres illustra ne Il sogno di Ossian, come un unico sogno possa evocare la nostra storia personale e quella dei nostri antenati.

 

Ovviamente, con la nascita della psicanalisi e l’indagine dell’inconscio, i sogni sono tra i protagonisti preferiti sia delle storie letterarie (Le metamorfosi di Kafka vi dice qualcosa?) che di quelle artistiche.

Dipinti, sculture, composizioni musicali e teatrali si nutrono di sogni.

Per parlare dei sogni al tempo del COVID abbiamo scelto di entrare dentro un René Magritte: in particolare, ne Il donatore felice (1966, conservato al Musée d’Ixelles di Bruxelles).

Proviamo a osservare con attenzione l’opera: c’è una sagoma maschile, su fondo scuro, che contiene ciò che normalmente sta nel mondo esterno (un paesaggio naturale e una casa). Accanto alla figura, vediamo una sfera poggiata in delicato equilibrio su un muretto: questo è il mondo delle nostre certezze. L’interno della sagoma potrebbe presentare infinite variabili: oggi è una luna che veglia su un paesaggio sereno, ma domani potrebbe essere una notte di tempesta… Questo Magritte ci invita a guardare dentro lo spazio, senza troppe paure o freni inibitori.

La pillola di Artness che vi proponiamo oggi (vi ricordate che il martedì lo riserviamo a temi più legati alla psicologia? Settimana scorsa abbiamo parlato di questo) è di prendersi cura di tutto ciò che possiamo trovare all’interno di quella sagoma. 

I sogni hanno la capacità di tenere insieme tutte le parti di cui siamo fatti

Questa è la riflessione suggerita dalla psicoterapia Barbara Dambrogio, al termine di una chiacchierata sul tema dei sogni con cui ci piace concludere questo piccolo viaggio.